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“Le regole” di Andrea Manca

 

 

 

Quante volte aveva navigato in condizioni estreme per oltrepassare quel maledetto pezzetto di mare fra le due isole, quante.

Quante volte le onde bianche e schiumose alte come muraglie l’avevano sbattuto su e giù, quante.

Quante volte aveva tirato un sospiro di sollievo mentre il fiordo tra le falesie accoglieva in un abbraccio il naviglio col suo contenuto, segnando la fine del viaggio e dei suoi tormenti.

Già, quante.

Ordinaria amministrazione per uno come lui, un contrabbandiere, almeno così li chiamavano un tempo. Poetico, forse...

Adesso, cosa vuoi, con questi trattati europei, con questi accordi fra grandi Stati, tutto era cambiato. Prima appartenevi a un posto oppure a un altro, stop: eri italiano o eri francese o tedesco o greco o quello che ti pare. Adesso no, eri diventato comunitario o extracomunitario. Però certe cose in Francia si potevano fare, in Italia no, in Spagna o in Olanda certe sì e certe no: insomma, un casino. E questi benedetti confini fra le nazioni c’erano e non c’erano a seconda dei casi.

Per ammazzare qualcuno, per esempio, è meglio farlo in Italia che in Algeria, chiaro. D’accordo, che cavolo di esempio, questo anche prima. Comunque, per farla breve, adesso anche fare il contrabbandiere “onesto” – se così possiamo dire – era diventato un macello.

Contrabbandiere onesto, certo. Non come questi porci corrieri di morte, questi che si ficcano dentro al corpo bustine di plastica col loro triste contenuto di bamba colombiana, di neve per sciatori nasali, di polvere da sballo per sabati sera all’insegna di stupefacenti tour guidati negli abissi dei sensi.

Roba da perdenti pronti a tutto, per balordi senza regole. Roba da extracomunitari, appunto, da gente disposta a rischiare qualsiasi cosa per tirare su giusto il tanto per andare avanti un’altra settimana. Bastardi in grado di tagliarti la gola per cinquanta euro o anche per meno.

Alla faccia dei codici d’onore, delle regole non scritte fra contrabbandieri e guardie di finanza, guardie costiere, capitanerie e compagnia varia.

Regole, proprio così, regole della mala. Della mala “buona” – questa è un’altra capriola stilistica - dove si sparava solo in casi estremi e soltanto se qualcuno sgarrava: che fai, ammazzi uno per un carico di Marlboro senza il bollino? Ma scherzi?

Si ricordò di quella volta che stavano andando a picco con il gommone in mezzo allo stretto, in piena notte, forse in febbraio o che ne so, so solo che c’era un freddo boia. Eppure quel maledetto del maresciallo Floris, quello stesso che sino al giorno prima l’aveva braccato per arrestarlo e sbatterlo dentro a marcire, ebbene proprio quel Floris lì s’era dannato l’anima per tirarlo fuori dai guai, dalla morte nera che quella volta, porca miseria, se l’era sentita addosso. Gelida, più gelida ancora delle onde che li spazzavano via come foglie. E poi era arrivata l’imbarcazione dei carabba, con Floris in prima linea a coordinare i soccorsi, a lanciare le cime, a passare le coperte e una tazza di caffé caldo ai naufraghi. Contrabbandieri, sì, ma in quel momento solo uomini a un passo dalla morte: non si gioca sempre a guardie e ladri. E Floris che la mattina dopo l’aveva guardato in faccia per un attimo e sbuffando se n’era andato, lasciando aperta “per sbaglio” la porta della cella di sicurezza. Non c’era bisogno di dire nulla, fra uomini.

Aveva mandato un cuscino di fiori alla famiglia, quando Floris finì ammazzato da un pallettone in piena schiena mentre di buon mattino portava da mangiare alle bestie. Bastardi, così, alla schiena. A un maresciallo in pensione, che non aveva fatto altro che il suo dovere per tutta la vita e che si era comprato un pezzetto di terra con la buonuscita dall’Arma. Non si ammazzano così neanche i maiali, gentaglia da nulla, vigliacchi maledetti, che il Cielo vi punisca.

Non c’erano più regole, né veri uomini.

È colpa della televisione, della mancanza di valori, della globalizzazione, del capitalismo feroce, della religione del dio denaro, diceva qualcuno. I soldi, sempre loro, quell’ansia incontrollata che ti fa uscire di testa e ti fa fare di tutto per una manciata di bigliettoni. E allora al diavolo le regole.

            Anche sapere che non ci sono più regole è, in fin dei conti, una nuova regola, pensò. Basta saperlo.

            Fu allora che si decise e comprò da una banda di trafficanti dalle parti di Ajaccio un M12 e venti scatole di proiettili calibro nove parabellum. Altro che pugnali e pugnaletti, altro che pattadesa o vendetta corsa: una sberla di mitraglietta, doppio caricatore, tiro singolo o a ripetizione, il tempo di spostare una levetta. La pattadesa va ancora bene, sì, ma per sbucciare le arance.

            Però droga no, non volle portarne mai. Sigarette e alcolici sì, ma sempre meno: non ne valeva più la candela, fra crollo dei prezzi, concorrenza dei duty free e ingresso sul mercato dei cinesi che quelle robe lì le trafficavano a colpi di navi porta-container. E poi non fuma più nessuno, che cavolo.

Armi qualche volta, ma solo se conosceva bene sia venditore che compratore, troppo rischio; e poi, qualche scatola di calibro nove tornava sempre utile anche a lui, c’era poco da fare gli schizzinosi.

            Regole o non regole, non accettava mai di portare clandestini. Quei disperati che pagano migliaia di euro a trafficanti senza scrupoli per essere ammassati come bestie su barchini che una volta su tre vanno a picco. Quei poveri cristi senz’arte né parte che, quand’anche riescono chissà come ad arrivare e a non finire in pasto ai pesci, tempo una settimana e sono riacciuffati. Questi osceni traffici erano in ogni caso affari gestiti da organizzazioni spietate con a capo mafia siciliana e bande di nordafricani, per cui, laddove non arrivava la sua morale, sopraggiungevano il buon senso e l’istinto di sopravvivenza a tenerlo ben lungi da imprese del genere.

            Portò qualche latitante, è vero, solita rotta delle Bocche di Bonifacio in direzione sud-nord. Talvolta nord-sud, ma meno di frequente. Anche in quei casi, più che per soldi, si trattava di restituire vecchi favori o di non rifiutarne a persone che non amavano accettare un no a cuor leggero.

            Insomma, le regole lungo il confine invisibile tra le due isole c’erano sempre, almeno per lui. A parte la stravaganza della mitraglietta – adorabile vezzeggiativo per un micidiale strumento di morte – non riuscì mai a entrare nel nuovo ordine dei valori.

Lui era un contrabbandiere, perbacco, non un delinquente.

I confini fra gli Stati, quelli sì, li oltrepassava in lungo e in largo. Era nelle regole, quelle del mare e della vita. E poi, nelle Bocche esistono forse delfini sardi e delfini corsi, gabbiani sardi e gabbiani corsi? Non c’erano confini sulle onde del mare per lui, solo quelli segnati sulle carte e le carte le fanno gli uomini, mica nostro Signore.

Quelle linee colorate sulle mappe si possono e si devono oltrepassare.

Ma quelle e basta. Altri confini – tra il bene e il male, tra uomini veri e uomini da nulla, per esempio – no.

Fu per quello che non capì subito quella sera, nel porto di Bonifacio. Jean Pierre, il calafato che gli stava mettendo a posto lo scafo, non si era fatto vedere al solito bar. Con gli anni, aveva imparato da lui a bere il pastis con un po’ d’acqua, come loro, e come loro pure a giocare a bocce per strada. E quell’altro a bere il fil’e ferru e a bestemmiare in gallurese.

Ma Jean Pierre non c’era. E neppure la barca. Non poteva essere uscito in mare a provarla, lo conosceva bene, non l’avrebbe mai fatto senza di lui e comunque ormai stava facendo buio. Qualcosa non andava, lo sentiva.

Da qualche settimana c’era gentaglia in giro, sia di qua che di là delle Bocche, questo l’aveva notato. Quella gente “brutta” – come diceva lui - disperati senza regole. Che per un po’ di biglietti poteva farti la festa.

Non capì subito, quando – mentre si recava a piedi sulla stradina verso Capo Pertusato alla ricerca del suo vecchio amico di sbornie e di bugie – si sentì afferrare alla gola e vide colare il suo sangue caldo sulla camicia.

Non si poteva passare così il confine.

Non si poteva ammazzare un uomo per una barchetta. E mai alle spalle, come avevano fatto con la buonanima di Floris e ora con lui.

Chiuse gli occhi in silenzio, fra il vento della sera carico di profumi di cisto e di mirto, di salsedine e di onde.

Non era previsto, non dalle sue regole.

 
     
   
 
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