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ANCORA UN PO’ A SINISTRA

Maurizio Asquini 

 

Più a sinistra!

Una sera di gennaio io e mio suocero stavamo guardando alla televisione un film tedesco sottotitolato in croato.

Mia moglie era morta da più di un anno: il cancro ce l’aveva portata via dopo una lunga agonia.

Da quel giorno siamo rimasti soli in quel piccolo appartamento alla periferia di Rijeka.

Abbiamo sempre faticato a seguire i film sottotitolati e gli avevo promesso che presto avremmo installato un satellite per ricevere i canali italiani e poter seguire i film con minor difficoltà.

L’italiano lo conosciamo in molti a Rijeka: un tempo era una città italiana. Il confine si trova a meno di un centinaio di chilometri. Ci recavamo a Trieste quasi tutti i sabati per comperare ciò che qui era introvabile e costosissimo: detersivi, vestiario, frutta ed elettrodomestici.

Più a sinistra!

Proprio quella sera suonarono alla porta. Ogni volta che il campanello di casa suonava mi si rivoltava lo stomaco dalla paura.

Andò mio suocero ad aprire e trovò due soldati con quelle divise, come diceva lui, da “mercenario sudamericano”.

«Cerchiamo Stevo Postam.»

«Sono io.» risposi ormai rassegnato.

Da tempo l’esercito croato, uno scisma del vecchio regime Jugoslavo, ha deciso di reclutare anche i soldati della leva precedente al 1950, e uno per uno siamo stati richiamati.

Mio suocero li fece accomodare in cucina: povero vecchio, lui che ha combattuto con i partigiani del maresciallo Tito adesso, in vecchiaia, ha visto il suo paese coinvolto in un’orrenda guerra civile.

Mio suocero riempì quattro bicchieri di Kruškovac: questa usanza di offrire da bere a chiunque ti fa visita è di norma in ogni famiglia del paese.

«Ti devi presentare lunedì mattina alla caserma di Klana.» mi ordinò uno dei due soldati senza alcuna espressione. Non servirono altre indicazioni perché avevo capito tutto.

Ho fatto il militare nel lontano ’70 a Belgrado, indossando una divisa verde e una ridicola bustina. Sopra c’era stampata la stella rossa, il nostro simbolo, che trovavamo ovunque: sulle confezioni di burro, di sigarette, sulle pompe di benzina e persino sulle scatole di medicinali.

Sbrigati disgraziato!

Mi accompagnò mio suocero fino a Klana con la sua vecchia auto: una Zastava 1100 col silenziatore bucato.

«Vedrai Stevo, presto questa dannata guerra finirà. Gli americani ci verranno in aiuto. Lo hanno pure detto alla televisione.»

Raggiunsi la caserma.

Si trattava di un vecchio capannone dove c’incaricarono di smantellare vecchi elettrodomestici. Tutto lì: la mia guerra si limitava nello smantellare vecchi frigoriferi.

Ero il più vecchio tra tutti i miei commilitoni. Gli altri si divertivano pure, ma io avevo cose più importanti da fare che giocare a carte, bere Slivoviza e fumare sigarette.

Mollai tutto e tornai a Rijeka in autostop.

Il passaggio me lo diede un camionista di Sarajevo che non aveva notizie della sua famiglia ormai da mesi perché la città era stata isolata dalle truppe serbe. Il povero camionista faceva spola fra Trieste e Rijeka con un vecchio camion trasportando legname. Mi offrì pure una birra.

Dopo una settimana mi vennero a riprendere altri soldati. Erano incazzati e bestemmiavano in continuazione. Rifiutarono persino i bicchierini di Kruškovac che mio suocero volle offrire.

Mi portarono via e mi trovai appena fuori dalla città a scavare delle trincee.

Spesso vedevamo oltre la montagna alcuni soldati serbi che ci tenevano d’occhio con i binocoli. Temevamo che un giorno o l’altro avrebbero aperto il fuoco.

Controllavamo la strada sempre deserta e levavamo i ciottoli che cadevano dalla rupe.

Una mattina ci siamo trovati di fronte un gruppo di serbi, ma abbiamo fatto finta di nulla e siamo tornati indietro. Avevo temuto il peggio.

La sera stessa sono fuggito e sono tornato a casa per la seconda volta.

Stavolta il passaggio me lo aveva dato un giovane che aveva la ragazza a Zagreb e rischiava la vita ogni volta che desiderava incontrarla.

Cos’è accaduto a questo paese? – pensai - Una volta eravamo cinque nazioni in un'unica repubblica. Non ci sono mai stati diverbi per cinquant’anni finché, un giorno, qualcuno si è svegliato con l’idea dell’indipendenza e da lì in pochi giorni è scoppiato il finimondo: ogni stato si è messo in guerra con l’altro e hanno iniziato ad ammazzarsi a vicenda. Dove sono finite le belle parole di pace scritte sui monumenti? I comizi dove si esaltava il nostro passato vissuto sempre in serenità?

Raggiunsi casa nel pieno della notte e mio suocero mi nascose in cantina.

«Vedrai che qui non ti troverà nessuno. Ti porterò da mangiare, ma tu non uscire per nessun motivo. Questa gentaccia è peggio dei nazisti!»

Dopo una settimana sembrò che l’esercito si fosse scordato di me.

Ma una mattina mi arrestarono nuovamente.

Arrestarono anche un giovane vicino di casa, ma questo riuscì a correre e a salvarsi. Io manco ci provai: erano anni che non correvo e mi avrebbero preso dopo un paio di minuti.

«Lasciatelo andare questo povero uomo! Che aiuto potrebbe darvi?» gridò mio suocero piangendo mentre i soldati mi caricarono con forza su di un camion.

Dopo un lungo viaggio mi hanno portato in questo posto dimenticato da Dio. Dicono che ci troviamo a Knin a pochi chilometri dal nuovo confine Serbo.

Muoviti che ho freddo! Ancora un po’ a sinistra!

Sono due mesi che mi trovo qui e non ho notizie da casa: non si può né telefonare né scrivere. Mio suocero sarà preoccupato. La neve è gelata e il vento è molto freddo. Il rancio è pessimo e i miei comandanti sono degli assassini. L’altro giorno abbiamo fatto un giro di ricognizione in un villaggio di contadini e abbiamo trovato soltanto una povera vecchia seduta dentro una casupola. Appena siamo entrati Branko, il nostro comandante, ha puntato il fucile e le ha sparato a sangue freddo come si fa con le bestie al mattatoio.

Che colpa aveva? Che pericolo poteva avere una povera donna che poteva essere nostra madre?

La testa della vecchia si è aperta in due e il cervello si è spiaccicato al soffitto. Maledetto sanguinario.

La volta scorsa hanno sparato a due ragazzi che stavano attraversando il bosco: erano solo bambini che tornavano da scuola e avevano tagliato per il bosco per raggiungere il loro paese. Non avevano né armi né divisa.

Stamattina è rientrato un plotone con tre prigionieri: sono tre poveri uomini come me, con una divisa simile alla nostra con sopra il simbolo della bandiera serba. Il nostro comandante mi ha consegnato un fucile:

«Postam! Portali dietro le baracche e ammazzali questi cani bastardi!»

Io mi sono rifiutato e ho gettato l’arma a terra. Non ho mai sparato un solo colpo da quando mi hanno fatto indossare questa ridicola divisa, figuriamoci uccidere dei poveri uomini che vivono un’esistenza identica alla mia: avranno mogli e figli che li aspettano a casa.

Il comandante mi ha mollato un cazzotto, allora ho perso la pazienza e tutta l’ira che tenevo dentro l’ho scaricata in un solo attimo: ho raccolto il fucile e gli ho sparato. Ma io sono un pessimo soldato e da pochi metri ho mancato il bersaglio. I soldati mi hanno bloccato e massacrato di botte: i calci arrivavano d’ovunque mentre cercavo di ripararmi il volto sotto la neve.

Il comandante mi ha ammanettato e mi ha spinto oltre la trincea. Gridava e bestemmiava come un indemoniato.

Da lì dovevo attraversare una distesa innevata e raggiungere il territorio nemico.

Ecco, quasi ci sei riuscito.

Sono trascorsi dieci minuti da quando cammino solo in questa valle desolata. Non riesco ad aprire l’occhio destro perché me lo hanno tumefatto. Dall’altra parte della vallata c’è una postazione serba e un cecchino mi ha preso di mira, ma è un pessimo soldato come lo sono io. Anche a lui gli sarà stato ordinato di spararmi e adesso starà pensando che pure io, come lui, potrei avere una moglie e figli che mi aspettano a casa...

Ecco, bravo. Hai fatto centro.

Un proiettile mi è entrato nel petto e sembra che stia ancora girando nei polmoni. Mi cedono le gambe. La neve è diventata rossa, non sapevo di avere tutto questo sangue. Mio suocero quando riceverà la notizia si svuoterà l’intera bottiglia di Slivoviz... che Dio si prenda cura di quel povero vecchio.

 

 

 
     
   
 
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