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Fabrizio Pinna - La stanza vuota
In quel momento il presentimento si trasformò in certezza. Proprio quando, dopo lo scatto della serratura, spinse piano la porta. Troppo buio, troppo silenzio. Lo seppe. Laura non era in casa. Alcune ore prima, in ufficio, non aveva dato peso alla mancata risposta della moglie alla sua telefonata delle undici. Pensò fosse andata a fare la spesa e avesse dimenticato il telefonino, o un’altra banalità. Attraversò il salone, spinse la porta scorrevole ed entrò nella cucina. La tavola non era apparecchiata. Guardò il frigorifero dove la moglie usava attaccare con una calamita i suoi messaggi. Vide solo lo sportello bianco e liscio. Chiamò: «Laura, Lauraaa!». La sua voce risuonava ridicola in quel silenzio. In casa non c’era nessuno. Era chiaro. Ciononostante salì le scale e controllò le stanze del primo piano. La porta della camera da letto era chiusa. L’aprì. Ciò che vide l’atterrì.
La stanza vuota gli sembrò più grande. La stanza vuota era più grande. Il letto, l’armadio, i comodini, lo specchio, i tappeti, i quadri, le sedie, il crocifisso. Niente, non c’era più niente. La suola dura delle scarpe fece un rumore da film in quel vuoto. Si sentiva perfino l’eco. I rettangoli e i quadrati più chiari della carta da parati erano il segno di un’assenza. Al centro, sulle mattonelle esagonali, un mangianastri. S’inginocchiò, calcò il tasto eject, lo sportellino si aprì, prese la musicassetta - era una TDK da 60 minuti, senza nessuna etichetta -, la guardò come fosse un oggetto mai visto, la rimise dentro, richiuse lo sportellino. Un messaggio di Laura forse? Ebbe voglia e paura di ascoltarla. Finalmente premette il tasto play, e le note d’un pianoforte lo sorpresero. Era certo di sentire la voce della moglie, invece una bellissima melodia lo avvolse. Era una musica che non aveva mai sentito prima, ma che riconosceva. Forse era sepolta nella memoria, nella sua memoria d’un’altra vita. La musica era sempre diversa, eppure sempre uguale. Rallentava, accelerava, si stringeva, si allargava, si avvolgeva su se stessa, si liberava, moriva, rinasceva, si tuffava nelle profondità del mare, risaliva in superficie attratta dal disco giallo del sole, sapeva della luce che filtra obliqua tra i rami degli alberi, del profumo di resina, d’aghi di pino che pungono le mani, del ricordo sfumato del primo giorno di scuola, di una chiesetta in cima a un vicolo, d’un cimitero di campagna visto controluce, di una piazza di città deserta in un pomeriggio d’agosto, delle luci dell’albero di Natale, d’un muro di pietra che fiancheggia la ferrovia, d’un treno di notte, d’un viale coperto di foglie gialle in una sera di novembre, di una giostra di periferia, della lacrima d’un pagliaccio, dell’immagine d’un sogno che non sai spiegare. Era come il canto delle sirene. E lui n’era ammaliato. La musica, come un massaggio, lo accarezzava sulle tempie e sulla nuca. Lo dondolava in una culla di tepore. Desiderò lasciarsi andare e dormire.
Si destò. Era tutto così pazzesco! Sua moglie era scomparsa e lui ascoltava la musica? Pigiò il tasto stop del mangianastri e il silenzio l’aggredì. Sollevò il polsino della camicia e guardò l’ora. Erano le due e venticinque. Non era possibile! Era tornato a casa - come tutti i giorni, a quell’ora -, poi era stato in cucina, e qualche minuto, lì, nella stanza vuota. Ebbe anche la sensazione che le lancette dei secondi fossero rimaste ferme per un po’ sotto i suoi occhi smarriti. La musica aveva fermato il tempo? Ma perché non aveva ancora fatto la cosa più semplice e più logica? Doveva telefonare a Laura. Prese il telefonino dalla tasca della giacca, entrò nella rubrica, premette il tasto 5, poi quello verde. Sentì una frustata di ghiaccio lungo la schiena. Eurocel messaggio gratuito il numero da lei selezionato è inesistente o momentaneamente indisponibile. Come inesistente? È il numero di mia moglie da dieci anni! Scese le scale di corsa, tornò in cucina, compose il numero sul telefono di rete fissa, e di nuovo udì quell’assurdo messaggio.
Chissà perché accese il televisore. I primi suoni e le prime immagini furono un tuffo al cuore. Ancora quella musica! Cambiò frequenza, poi cambiò di nuovo, e poi ancora. In tutti i canali lo stesso videoclip. Si avvicinò per guardare meglio. Vide il dettaglio di quattro mani sulla tastiera d’un pianoforte. Le mani d’un uomo, le mani di una donna. L’inquadratura si allargò con una lentezza esasperante. Era impaziente. Una ripresa angolata, in primo piano, mostrò i due visi. Credette di riconoscersi nell’uomo. La donna era più in ombra, i capelli lunghi, biondi e lisci le celavano quasi del tutto le fattezze. Aveva il capo chino, sembrava triste e dimessa. Era Laura! Anche se non la vedeva bene, era lei, n’era certo. Ora una panoramica riprendeva l’ambiente in cui si trovavano i due. Era la stanza vuota! L’uomo e la donna suonavano un pianoforte bianco nella stanza vuota! Era proprio la loro camera da letto, così come l’aveva vista qualche minuto prima. Lui aveva un vestito nero, lei un abito da sposa. Era il 20 maggio 1995. Erano vestiti così il giorno del loro matrimonio. Continuavano a suonare con un’aria assente, ma le mani si muovevano fluide. La musica era più bella che mai. Lo vestì di malinconia e lo fiaccò.
Doveva reagire. Si doveva liberare dalla seduzione di quelle note. Non restava altro da fare: doveva uscire e andare a denunciare la scomparsa della moglie. Spense il televisore e il silenzio riconquistò la cucina. Il primo suono che sentì fu il ticchettio dell’orologio a muro, poi i rumori dalla strada: un’auto, la voce d’un passante, gli ululati d’un cane. Laura era scomparsa, la camera da letto era vuota, quella musica sembrava venire da un’altra dimensione, ma fuori il mondo andava avanti, insensibile a tutto.
Uscì, accese la berlina nera, e, come per un riflesso condizionato, vide la sua mano andare verso l’autoradio. Se n’accorse in tempo e si fermò. Si spaventò. Si promise di resistere. Guidava verso la caserma dei carabinieri, era smanioso. A un certo punto non si trattenne più e accese l’autoradio. Lo sapeva. Dentro di sé lo sapeva. Di nuovo quella musica. Ancora più misteriosa, più evocativa, più bella. Era bella da far paura. E lui ora aveva paura. Aveva tanta paura. Guidò più veloce nel traffico del primo pomeriggio, commise un’infinità di violazioni, non vedeva più la strada, davanti a sé vedeva solo Laura, nelle orecchie sentiva solo quella musica. Era arrivato. Parcheggiò la macchina e si diresse difilato in direzione della caserma. Le mani nelle tasche del cappotto, il bavero rialzato, a testa bassa, quasi correva. Quando giunse in via Parigi alzò lo sguardo e ciò che vide gli piegò le ginocchia.
La caserma dei carabinieri non c’era più. Era sempre stata lì. La conosceva fin da bambino. Era lì per lo meno da trent’anni. Ed era lì fino a quella mattina. L’aveva vista alle sette e venti, mentre andava a lavorare. Ma il problema non era ciò che non c’era. Il problema era ciò che c’era. Al posto della caserma dei carabinieri c’era un negozio di dischi! Sapeva cosa avrebbe sentito dentro il negozio.
Entrò e la musica magica tornò a impadronirsi di lui. L’hi-fi diffondeva suoni d’una purezza cristallina. Solo dopo un minuto si rese conto che negli espositori vi era un unico compact disc. Migliaia di copie della stessa opera. Era circondato da una marea rossa. Ma che strano negozio era quello! Guardò la ragazza alla cassa. Era una ragazza ricca di charme. Sorrise. Era un sorriso angelico, rasserenante. Lo guardava negli occhi, e all’uomo pareva che la ragazza conoscesse tutto il suo passato, leggesse i suoi pensieri e indovinasse il futuro. Era latrice di buone notizie, n’era certo. «Questa musica…». «Sì, è bella questa musica, vero?». L’uomo prese dagli espositori un cd, inebetito lo teneva in mano, mentre i suoi occhi rimanevano impigliati in quelli della ragazza, credette di sognare, poi d’un tratto la ragazza abbassò impercettibilmente il capo a mo’ di assenso. Era il segnale. Sapeva che da lì a poco avrebbe avuto la risposta a tutte le sue domande. Non aveva più paura. Allora rivolse lo sguardo alla copertina del compact disc. Solo tre parole bianche sullo sfondo rosso: Continua a cercarmi…
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