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6° classificato | Stampa |  E-mail

SOLO UNA PERCENTUALE (Stefania Di Gregorio)

 

Avevo letto che nel mentre molte donne si concentravano

( se così si può dire ) su qualunque cosa.

Io non ci sono riuscita, ho pensato solo a sottrarmi il più

possibile a quella furia incontenibile e disumana, una

pazzia cieca e distruttiva.

Esiste confine tra l’esserci ed agire e l’esserci e subire?

C’è. C’è.

Sta nel pensiero su cui si è concentrati in quel momento.

Ora mi ammazza.

penso mentre lui si sbottona i pantaloni.

Cosa faccio cosa faccio cosa devo fare?

Non c’è bisogno che mi tappi la bocca con la mano, non

riesco ad urlare comunque, né a piangere.

Semplicemente resto così, immobile, in un terrorizzante crescere di angoscia.

Il poco fiato che riesco a prendere mi serve per non

perdere i sensi, non posso svenire, non DEVO: troppo comodo restare a terra, sotto il suo peso, a sua completa disposizione, senza  rendergli le cose un po’ più

difficili, lasciargli un’intera vagina a disposizione, risvegliarsi quando tutto è finito, senza potergli urlare

in faccia  l’augurio di una pronta morte, dolorosa , la più atroce possibile.

Troppo facile, svenirgli sotto e lasciarsi stuprare così,

senza lasciargli la consapevolezza di quel che sta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

facendo. NO. NO.

Come se si togliesse una barriera, il recinto costituito

dalla lotta, da quel NO urlato con gli occhi.

Eliminare il confine.

Come dire prendi tutto è un tuo diritto.

La mia faccia premuta sul muro, le narici dilatate al

massimo per respirare, la sua forza fisica che mi schiaccia

il torace, la sua mano che ora cerca famelica dentro i miei

jeans.

Arriva davanti, ha il braccio piegato, penso Dio mio ma

quanto è alto questo?

Mi respira proprio sul viso, ha l’alito che sa di caffè.

Prende fiato ed entra dentro i miei slip con le dita, fruga

piano piano sussurrando fai la brava o ti spezzo il collo, continua a toccarmi e io tremo perché quel che capirà non

gli piacerà affatto e sarà ancora più terrificante e

doloroso, infatti ad un certo punto soffoca un gemito

di disgusto: ha capito che ho il ciclo, che se proprio

vuole abbassarsi al livello di una bestia in preda

all’istinto deve superare il ribrezzo per questo sangue guastafeste.

Se solo non mi avesse tappato la bocca glielo avrei detto.

O forse no. Voglio solo che finisca, che finisca subito.

Che faccia quel che deve, ma che succeda in fretta: ho

paura di morire.

Stringe ancora di più la mano sul collo, respiro a stento,

Dio solo sa quanto vorrei urlare, ma non esce nessuno di

casa, possibile che nessuno dei condomini debba buttare

la spazzatura, ma perché, perché deve succedere a me,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

perché? Urlo questo… ma nella mia testa. Finché non farò qualcosa saremo legati, vittima e carnefice.

Lui agisce, io subisco.

Penso freneticamente, in una frazione di secondo, come solo posso fare in questo momento: la lucidità.

Eccolo, il confine tra me e lui. La lucidità.

Lui è andato oltre, mentre io, se mi concentro, non lo supererò. E’ la mia unica salvezza.

Provo a respirare mentre lui mi afferra forte per le spalle

e mi sbatte a terra.

La mia nuca sfiora il gradino della scala, con una velocità sorprendente balza su di me, si siede proprio sulla mia

cassa toracica, spiegandomi con abbondanza di particolari

la prestazione che devo necessariamente eseguire dato

che non ha potuto soddisfarsi in maniera “tradizionale”.

Perché a me? Perché io? Oddio ora muoio

Ha mollato la presa sul collo però, perché con le mani, esercitando una fortissima pressione, mi tiene ferme le

spalle ed avvicina quel coso alla mia faccia.

Fatico a respirare, che gliene frega al bastardo se sta schiacciando, in tutti i sensi, una donna che sfiora i

cinquanta chili di peso, spaventandola con la sua mole imponente, fatta non solo di ossa e carne, ma di voglia di umiliare, RUBARE, vittimizzare una perfetta sconosciuta

che non ha niente da spartire con lui, consumare questa

sua perversione su di me.

Sopra e dentro il mio corpo, ma soprattutto dentro la mia anima.

Non deve soddisfare un desiderio sessuale, ma disintegrare l’oggetto della sua rabbia e frustrazione: me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo momento sono io la preda di questo ignobile e disumano essere.

Ma guarda che fortuna, sono la prescelta.

Ha superato il confine della razionalità, ora è follia, un desiderio di distruzione che diventa uno spasimo.

Su quel limite io invece ci sto proprio in bilico, indecisa

se tentare o meno di non rientrare in quella percentuale di

donne che vengono uccise dentro in questo modo.

Diventare un altro un per cento.

Lui è troppo lontano dalle mie ginocchia, colpirei a vuoto.

Sto piangendo, me ne accorgo solo ora, ma non sono solo lacrime di paura, c’è la rabbia per la mia impotenza, cosa posso fare, cosa?

Lucidità e velocità.

In un secondo mi viene in mente.

Se non mi schiacci così ti faccio quello che mi hai detto,

però fammi respirare, ti prego, fammi respirare, ti prego,

ti scongiuro, ti prego, ti prego.

Nella penombra riesco a vedere la sua espressione di diffidenza che lascia però subito posto ad un ghigno quasi monellesco, da porco soddisfatto.

Lascia le mie spalle, mi prende la testa, la avvicina a sé lentamente lasciandosi andare ad un piacere che non ci

sarà: ancora non so spiegarmi come ho fatto a far scivolare

le braccia sotto di lui ed ad afferrargli gli attributi

con tutte le dita. Stringo, con tutto l’odio possibile.

Sento le unghie che tagliano la carne. Stringo.

Crepa maledetto, crepa, soffri soffri soffri, CREPA.

Stringo sempre più forte il suo gioiello e serro i denti,

come per darmi forza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E poi urlo. Urlo. Finalmente.

Grido talmente forte che sento la gola bruciare.

Non devo mollare, Dio dammi la forza, AIUTAMI.

Lui è piegato in avanti, le mani appoggiate sull’inguine.

Vorrei che tu morissi ora.

Alterno la presa, voglio illuderlo che prima o poi mollerò.

Ora pregami tu bastardo.

Anche se quello che sto causando io è un dolore che a

lui passerà, quello che mi hai fatto invece mi resterà

dentro tutta la vita.

Si alza piano piano, barcolla, indietreggia a piccoli passi finché non va a sbattere sul portone.

Spaccati la testa, mostro. Dammi questa gioia.

Farfuglia qualcosa; si aggrappa alla maniglia, si ripiega

in avanti, piagnucola.

Stai zitto di cosa ti lamenti? Vorrei tanto ti investisse

una macchina quando uscirai di qui.

Si accende la luce delle scale, penso ma quanto ci

avete messo? credendo che sia passato chissà quanto

tempo dalle mie grida…invece sono passati solo pochi secondi.

I miei pochi istanti di lucidità, che mi permettono di

vederlo uscire a fatica, sentire i passi e le voci dei

condomini che vengono a soccorrermi, capire che sto svenendo, vedere con sollievo che il portone si chiude, ritracciando il confine tra me e questo modo di uccidere

una donna senza lasciarsi un cadavere dietro.

 

 

 

 

 

 
     
   
 
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