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Le luci della collina

Aneta Alla

 

Noi vivevamo nel buio. Non c'era luce da quelle parti, e non era un'eccezione, ma la regola. Le serate d'inverno le passavamo rannicchiati vicino al cammino. Io fissavo le fiamme del fuoco. Mio padre raccontava storie antiche come la notte. Storie tramandate da bisnonni a nonni, a padri e figli.

Ci raccontava delle guerre balcaniche contro i turchi, delle invasioni degli slavi, dei fascisti, dei nazisti. Pareva che da quelle parti ci fossero passati un po' tutti.

Mia madre ascoltava, mentre mia sorella fissava il fuoco come me. Il mio fratellino era l'unico a cui il buio non pesava tanto. Lui nel buio sognava. Andava a dormire con le galline. Era piccolo il mio fratellino.

Il buio d'estate era più sopportabile. Le serate le passavamo sul balcone di casa nostra. Mio padre come sempre raccontava storie al buio, mia madre ascoltava, mio fratellino sognava.

Mia sorella era romantica. Lei si affacciava su quel balcone tenendo la testa nelle mani. Le piaceva ascoltare il frusciare delle foglie piuttosto che le storie di mio padre. Sentiva lo scroscio dell'acqua del fiume, che passava il confine. Sentiva i suoni dei tamburi e dei clarinetti. C'era sempre qualcuno che si sposava nel buio del quartiere a fianco. Da queste parti gli sposalizi durano una settimana. Si balla anche sotto la luna, giorno e notte! Lungo la frontiera si sentivano i passi delle pattuglie dei soldati che vigilavano, anche loro giorno e notte. Vedevo spesso i soldati, tanto il confine era a due passi da casa nostra. Erano tutti uguali, sembravano dei nevrotici in piena crisi che andavano avanti e indietro senza meta. Lo sapevamo tutti che il confine non bisognava passarlo. Non bisognava oltrepassare la cortina di ferro spinato! La patria non va tradita! Io non ho mai fatto domande sul perché di tutto ciò. Tanto meno mia sorella.

Oltre il confine c'era una collina ai piedi della montagna, e su quella collina c'era, da sempre aggrappata, una città di provincia. Le luci di quella città erano sempre accese.

Io le fissavo e le sognavo. Mio padre non se la prendeva con il buio. Tanto meno con i comunisti al potere. Lo era anche lui! Però ogni tanto diceva: “ Questa faccenda delle luci e della corrente va risolta”! Non si sapeva niente su come e quando.

Quella piccola città di provincia, aggrappata su una collina greca oltre il confine, a noi sembrava una metropoli dell'occidente dove le luci non si spegnevano mai. Lo era per me, ma non per mio padre. Lui insegnava storia a scuola. E la insegnava come gliel'avevano insegnata. Da quelle parti la storia si insegnava sempre allo stesso modo, da mezzo secolo. Nessuno osava cambiare la storia da quelle parti. Noi eravamo il giardino in fiore sulle rive dell'Adriatico ed oltre i nostri sacri confini c'erano: i fascisti, i nazisti, gli sciovinisti,i revisionisti, gli imperialisti e tanti altri che finivano sempre in “-isti”.

Quando mori' il padre del nostro comunismo, durato mezzo secolo, pianse tutta la nazione da nord a sud. Era morto il nostro “ Zio Enver” al quale piacevano tanto i bambini e i garofani. Gli piaceva essere chiamato “ Zio”. Quando mori' per la seconda volta, e questo successe quando abbatterono le sue statue, mia madre pianse più di prima. C'era una sua statua al centro di Tirana. Le misero un cappio al collo. La trascinarono per tutta la città. Gli astanti presero un pezzo di marmo del corpo dello “Zio” come ricordo del grande evento. Un mio cugino, studente a Tirana a quell'epoca, faceva parte anche lui di quella folla e tutt'ora conserva un pezzo di marmo nascosto da qualche parte.

 

Il comunismo era morto. Ma non il buio da quelle parti! Nessuno si sarebbe mai ricordato di un paesino di montagna. Nell'anarchia che segui' dopo, il buio divenne ancora più pesto. Mio padre ammutoli' per sempre e smise di raccontarci le sue storie. I soldati abbandonarono il confine e se ne andarono tutti altrove. Non si sentivano più i loro passi nella notte. Mia sorella continuava a scrivere poesie sotto la luna. Mia madre la rimproverava sempre: “ Prima o poi ti caverai gli occhi e diventerai cieca. Le cieche non le chiede in sposa nessuno”!

Povera mia sorella. Da quelle parti il destino delle donne era quello di sempre: a diciott'anni si finisce il liceo, a ventidue l'università se i genitori sono clementi e decidono di farti studiare, a ventitré anni balleranno per te, per una settimana,e ti manderanno dal marito che ti hanno scelto. A ventiquattro anni il primo figlio. E se a venticinque anni non hai fatto tutto ciò, puoi rassegnarti a rimanere zitella per il resto della vita. Perché sei già vecchia e nessuno ti chiederà in sposa.

 

Il destino di mia sorella sarebbe stato quello di tutte le altre: una sagoma di ferro che avrebbe deturpato le sue fattezze. Doveva svegliarsi di buon mattino, preparare il caffè al suocero, alla suocera, al marito, poi fare i letti di tutti, inclusi anche quelli dei cognatini mocciosi che si facevano ancora la pipi' addosso. Da noi le famiglie sono grandi di quattro generazioni, soprattutto se c'è una nuora ubbidiente a servire. Avrebbe trottato dalla mattina alla sera e avrebbe smesso di scrivere poesie per sempre.

 

Mio fratellino continuava a sognare indisturbato ed io sognavo le luci della collina straniera.

 

Chi l'avrebbe mai detto che io, un giorno ,mi sarei tanto vergognato sotto le luci di quella collina oltre il confine. Sotto quelle luci che avevo tanto agognato. Mi spaventavano le luci di quella città abbellita che aspettava il Natale, dove io ero un ospite non invitato. Gironzolavo nei quartieri di periferia come una cane bastonato al quale non è permesso avvicinarsi al banchetto della festa. Avevo anche io passato il nostro confine, dopo che i solati lo abbandonarono. Come fecero tanti altri per salvare le famiglie dal buio. Ma adesso il confine era vigilato dall'altra parte, dai nostri vicini stranieri. E se quei soldati si accorgevano di te, non ti sparavano come i nostri una volta, ma se per caso ti prendevano, ti pestavano a morte.

 

Io passai il confine trascinandomi nel fango, con il cielo che mi piangeva addosso. Arrivai sotto le luci della collina sporco di fango, infreddolito, tumefatto. Giravo intorno alla città senza avvicinarmi troppo. Aspettavo il buio, al quale ero cosi tanto abituato. Un po' di buio per nascondere i miei stracci sporchi di fango e la mia esistenza. Poi pian piano raggiunsi la base, la casa dove abitava un mio cugino. Lui aveva passato il confine l'anno precedente.

 

I nostri vicini, per darci il benvenuto, hanno tirato fuori dai meandri della storia rancori antichi.

Persino un detto degli ottomani alle prese con la fatica della sottomissione: “ Arnaut pis milet”

Albanesi : un popolo cattivo.

 

Io ero un giovane albanese di 17 anni.

 

Passai il confine con un pugno di sogni, alcuni li ho persi per strada, alcuni altri li custodisco ancora. Sotto le luci della collina fisso il buio della montagna, là ,dove c'è la mia casa, dove mio padre ha smesso di raccontare storie, dove mia madre continua ad ascoltare, dove mia fratello sogna e mia sorella scrive poesie sotto la luna.

 

 

 

 
     
   
 
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