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Questa è magia. Di Marco Cimegotto
Carlo Mion aveva dieci anni e, tornato da scuola, trascorreva la maggior parte del tempo nello studio del defunto padre, Bruno Mion. Amava sbirciare dentro i cassetti della grande scrivania e rovistare nella libreria. Suo padre era un mago finché un infarto non gli stroncò vita e carriera. Era molto conosciuto a Venezia, sua terra natale, e nel resto del Veneto dove si esibiva per una ventina di sere al mese. Non era Houdini, però i suoi spettacoli rappresentavano il giusto compromesso tra numeri di magia e comicità. Carlo, leggendo quel che trovava, si fece un’idea della difficoltà di quel mestiere. Ore investite a provare, ideare ed aggiustare nuovi trucchi. Il gioco forte, lesse tra gli appunti, era il passaparola degli spettatori soddisfatti nei giorni seguenti allo spettacolo. “Io non inganno il pubblico.” – scriveva suo padre sulle locandine – “Questa è MAGIA!”
Gli anni passarono e Carlo si laureò in Storia delle Arti Visive all’Accademia con quasi il massimo dei voti. Era soddisfatto, ma non realizzato. Aveva la testa piena di progetti innovativi, per cinema e teatro, ma la crisi dei mercati non gli permetteva di realizzarli perché troppo costosi o eccessivamente all’avanguardia per il richiedente. La madre (che trovò un lavoro precario in un’impresa di pulizie) lo incoraggiava a continuare su quella strada, la crisi economica non sarebbe continuata per sempre… Sì, pensava Carlo non capendo nulla di economia, e nel frattempo come avrebbero tirato a campare visto che tra le tasse universitarie (ammortizzate con un lavoretto in pizzeria), spese e bollette si vedevano costretti stringere la cinghia più del dovuto? Ci sarebbe davvero voluta una magia…
Il 22 dicembre 2008, Carlo si recò nello studio e si sedette alla scrivania. I suoi libri avevano sostituito quelli del padre e gli appunti regnavano incontrastati sul lucido mogano. Sospirò. I suoi dubbi sul futuro non riuscivano a diradare quella spessa coltre di nebbia che gli avviluppava il cuore. Alzò di nuovo lo sguardo alla libreria osservando meglio l’ultimo ripiano. Grossi tomi giacevano sommersi dalla polvere simili a sarcofaghi che attendevano d’essere riscoperti. Accostò la poltroncina al mobile, vi salì sopra ed estrasse il primo libro. Soffiò sulla copertina come fosse una reliquia. Lesse: Occultismo Apocrifo. Poi guardò gli altri. L’ultimo volume sembrava nuovo. Aprendolo, vide che era scritto a mano, non era la calligrafia di suo padre, e si interrompeva circa a metà. Il resto delle pagine erano bianche come fossero appena uscite da una copisteria. In quel momento il suo cellulare squillò. Scese dalla sedia ed appoggiò lo strano libro sulla scrivania. In pizzeria avevano bisogno di lui, uscì di corsa per qualche ora di straordinario.
Carlo rincasò alle tre e tornò nello studio. Il pensiero di quel tomo gli girovagò nella testa come un tarlo per tutto il turno lavorativo. Prese il libro. Dal grosso buco tra la rilegatura ed il dorso, cadde una vecchia penna. Una penna a sfera. Niente di speciale. La raccolse e ne tolse il cappuccio. Appoggiò la mano sinistra sulla copertina e sentì fremere il libro come fosse vivo. Si slanciò all’indietro sfruttando le rotelle della sedia con la bocca spalancata. Non si era reso conto che la penna gli stava creando una sorta di formicolio per tutto l’avambraccio. Boccheggiando, avvertì un’immensa forza che lo riportò alla scrivania. Il libro si aprì da solo sotto la smorfia di resistenza dipinta sul suo volto. In preda al panico vide la sua mano armata di Bic cominciare un nuovo capitolo con uno strano simbolo. Alfabeto ebraico…, pensò immediatamente. Aveva sviluppato dagli ideogrammi di varie lingue alcuni marchi per associazioni e aziende, quindi lo conosceva bene, almeno nella forma. Stufo dei suoi vani sforzi, si lasciò trascinare in quel turbinio di emozioni che lo inghiottì. Una luce arancione s’alzò dal libro invadendo lo studio e afferrandolo. Carlo si lasciò trasportare altrove.
«Svegliati.» «Mmmh…» «Su ragazzo.» Carlo non riusciva a dare un volto a quella voce. Stava cercando di svegliarsi. Aveva dormito proprio bene. «Come ti chiami? Adesso che ti guardo meglio…» «Io sono Carlo.», sbottò il giovane aprendo gli occhi. Scosse il capo e osservò l’umida cella di pietre che lo circondava. «Bene…», disse la voce. Carlo gli rivolse lo sguardo. L’uomo indossava una lunga mantella con cappuccio. L’oscurità che li avvolgeva non lasciava intravedere nient’altro. «Chi sei tu?» «Chi fa le domande qui?», disse la strana sagoma abbozzando un sorriso. Carlo rispose con una risata striminzita ma sincera. Era scosso, spaesato. Capì d’aver varcato un confine, ma non seppe rispondersi quando si chiese dove si trovava.
Il druido, come lo soprannominò Carlo, era una persona semplice e sagace. Duro ma comprensivo. Confidò a Carlo che ogni qual volta avrebbe aperto il libro sarebbe tornato da lui. Era difficile da credere, eppure stava succedendo. Il druido aggiunse che se avesse voluto imparare la vera magia avrebbe potuto contare su di lui, gli avrebbe insegnato ad usare il mana presente nel suo corpo. Carlo ci pensò ma non rispose. Era interdetto. Non capita tutti i giorni di vivere un’esperienza del genere, anzi. Ringraziò e gli chiese cosa doveva fare per tornare a casa. Il druido gli impose le mani sul viso e ricadde nel dolce vortice.
«Carlo! Sono le otto!», la voce della madre lo svegliò mentre dormiva con la faccia sopra al libro chiuso. Si alzò con la testa e la schiena che gli dolevano da morire. Posò delicatamente la Bic e pensò: È fatta mamma. Non soffriremo più. Seguirò le orme di papà e mi aiuterà il druido…
In un paio d’anni, Carlo spopolò a livello internazionale con il nome di “The fabolous Faust”. I suoi mirabolanti spettacoli, pubblicizzati da TV e internet, richiamarono gente da qualsiasi parte del mondo. Non trovò difficoltà a reperire sponsorizzazioni visto che non usava attrezzature e figuranti, rendendo la vita più facile agli investitori e triplicando gli investimenti a fine spettacolo. Si sentiva potente. Il mana si era sviluppato all’interno del suo corpo e lo percepiva come fosse un albero che con il passare del tempo affonda le radici nel terreno. I tempi tristi sembravano così lontani. Ad ogni intervista gli chiedevano sempre una cosa: «Ma come fai?» E lui rispondeva con un sorriso ironico ricordando le locandine del padre: «Io non inganno il pubblico. Questa è MAGIA!»
Sua madre morì quando Carlo aveva da poco compiuto i trentacinque anni. Continuò ad esibirsi con la stessa frequenza e a volte girava da una parte all’altra del mondo nel giro di un paio di giorni. Il 29 marzo 2019, stanco ed emaciato, aprì il libro impugnando la solita Bic per tornare dall’amato druido, quando notò che le pagine bianche rimaste erano meno di una dozzina. Amava moltissimo quel vortice che ora virava sull’azzurro. La sua potenza pareva essersi un po’ assopita col tempo.
«Benvenuto.», disse il druido. «Ciao druido. Sono stanco. La mia lucidità non è più quella di sempre.» «Il tuo mana. È agli sgoccioli.» «Ma sono giovane. Devo sfruttare la capac…» Il druido lo zittì. «Hai voluto strafare. Il tuo mana non è inesauribile. Ha bisogno di ricaricarsi e tu non mi hai ascoltato.» «Ma sì druido, tu sei…» Il druido abbassò il cappuccio e svelò la sua identità. Carlo smise di respirare. «Io sono tuo padre. Anch’io ho avuto un maestro prima di te. Ma ho voluto restare ad un livello accettabile. Hai i miei stessi occhi e le stesse rughe sul viso di quando avevo consumato quasi tutto il mio mana, ma con quindici anni in meno!» Carlo aveva notato il suo cambiamento ma lo ignorava volontariamente. «Tua madre se n’era accorta ed è morta di crepacuore nel vederti assomigliare a me. Sei stato accecato da denaro e fama.» «Papà… Stasera sono a New York, non posso tirarmi indietro.» «Ti ho insegnato quello che sapevo. Sapevo che avresti varcato il confine trovando quel libro. Adesso però sai che devi smettere o la magia ti distruggerà.» «Io…», rispose Carlo quando Bruno gli impose le mani sul volto e fu rispedito sulla terra.
Lo spettacolo procedeva alla grande. Migliaia di persone assistevano in silenzio ad ogni magia per poi esplodere in un fragoroso applauso. Potrei chiudere con la magia e darmi alla politica…, pensò Carlo mentre ritornava sul palco dopo la levitazione accompagnata da sfere di fuoco che gli giravano attorno. «Ed ora il gran finale!», urlò ai centomila presenti. Spalancò le braccia e… Una grande fiammata azzurra lo disintegrò sotto gli occhi di tutti. Lo spettacolo finì così. Tutto lo staff cercò Carlo in lungo e in largo fino al mezzogiorno del giorno dopo, con la preoccupazione di aver perso il lavoro più che il datore. Nessuno lo rivide più.
«Il mio lavoro qui è finito.», disse Bruno. «Ora tocca a te aspettare il prossimo. Non avevi figli perciò potresti attendere un’eternità. In questa dimensione siamo immortali ma il tempo logora comunque…» Carlo, si sentì addosso una sudicia tunica ed il cappuccio calato sulla fronte. Incredulo, urlò. |

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