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LA LEZIONE

Ludovica Mazzuccato

 

La professoressa di Epistomolgia, munita di bacchetta indicava i confini dell’Africa sulla cartina sbiadita dell’aula di geografia.

«Il significato e l’uso dei termini confine e frontiera hanno da sempre creato alcuni problemi. L’obiettivo che mi propongo consiste nel rispondere ai seguenti quesiti: qual è la differenza etimologica e di significato tra questi due vocaboli? Quale la loro evoluzione storica e come i due termini si sono alternati nel corso del tempo? Quanti tipi di confine esistono? E, infine, oggi occorre parlare di confini o di frontiere? Prima di tutto è necessario considerare che è un’esigenza umana, sempre esistita, di delimitare lo spazio, nella realtà, infatti, non esiste uno spazio definito. Le discussioni dei geografi, pertanto, testimoniano questa volontà o, in certi casi necessità, di trovare dei limiti allo spazio geografico. Esistono tre concezioni dello spazio: lo spazio oggettivo, quello dei fisici e dei matematici; lo spazio dell’ego, ovvero relativo all’adattamento individuale e lo spazio immanente e soggettivo, quello cioè dell’inconscio che include gli orientamenti individuali e la nozione dei sistemi spaziali della cultura nel suo complesso. La mente umana non è adatta a concepire uno spazio senza limiti e nel delimitarlo attribuisce ad esso una forma soggettiva. Per tale motivo si potrebbe dire che i confini in qualunque modo essi vengano fissati, sono dei modelli semplificati di quei confini che la nostra percezione impone di fissare ed hanno quindi una sorta di generale approssimazione alla realtà. D’altro canto, la necessità di definire lo spazio è continuamente presente anche nella vita quotidiana. Per farvi capire meglio posso raccontarvi la vicenda di un fratello ed una sorella in perenne lite, che spesso per evitare la “guerra”, tracciavano una linea immaginaria che dalla porta attraversava la loro stanza. Da una parte stava Kate, dall’altra Peter e la linea funzionò benissimo finché i due fratelli la rispettarono. Tuttavia, durante un pomeriggio di pioggia, scoppiò una discussione su dove dovesse esattamente trovarsi la linea immaginaria».

Rebecca ascoltava mordicchiando il cappuccio della penna. Le risultava difficile comprendere la storia dei confini tra fratelli; in Albania dormiva in una sola stanza con i sette componenti della sua famiglia ed era tutto un groviglio di gambe e di braccia. Il vero confine era fuori dalla soglia di quella camera, dove si sparava.

«A questo punto possiamo provare a rispondere al primo quesito relativo alla differenza etimologica e di significato tra confine e frontiera. Il confine è fortemente radicato alla terra. Un gruppo di lessemi indicanti in varie lingue indoeuropee il solco è accomunato dal significato originario di “tirare”; il confine è il solco che il vomere dell’aratro traccia nella terra. Per il mondo latino, infatti, la traccia del vomere rappresentava il solco originario che fondava lo spazio cittadino; disegnava l’orizzonte della città; separava la città dalla campagna, l’interno dall’esterno. Per poter costruire un confine occorre prima, prendere possesso di un terreno e, poi, misurarlo. Il confine diventa completamente visibile solo mediante la presenza di segni che lo individuano. Dall’analisi dei lessemi delle varie lingue indoeuropee, si ricava l’uso di punti di riferimento come pietre di confine, cippus, che, precisamente, nel linguaggio militare indicava la pietra infossata nel suolo per arrestare la marcia del nemico, alberi incisi e termini. Il segno di confine, pertanto, indica che qualcuno ha occupato uno spazio e vanta dei diritti su di esso. La conferma dello spazio, infine, assume un ruolo molto importante all’interno di una comunità in quanto, la conoscenza dei propri confini può determinare l’appartenenza o meno e, in alcuni casi, il tipo di appartenenza alla stessa. Passiamo ora al concetto di frontiera. L’italiano “frontiera” racchiude in sé il sostantivo “fronte”; la frontiera è “fronte a”, è rivolta verso o contro qualcosa o qualcuno. Questo fronte è mobile, in continua trasformazione. Da ciò ne consegue che la frontiera è una costruzione artificiale ed i suoi punti non delineano una linea come nel caso del confine, ma una fascia più o meno larga in funzione dei rapporti che la contraddistinguono. La frontiera è instabile non solo a livello politico o spaziale, ma anche nella lingua, nelle abitudini e nei costumi della società. Basti pensare al limes romano o al Muro di Berlino. Il confine, invece, fonda uno spazio chiuso, sottolinea una sicurezza che la frontiera non può dare e definisce una linea certa e stabile, almeno fino a quando non si modificano profondamente le condizioni che l’ hanno determinata. Infine, il confine separa due spazi, due persone, due ideologie, in maniera più netta di quanto lo faccia la frontiera».

Ohmar aveva la fronte corrugata, quello che stava spiegando la professoressa gli sembrava inutile. Lui sapeva bene il significato di confini e frontiere. Sì, lui arrivato in Italia come immigrato irregolare, ma quelle erano nulla in confronto ai muri eretti dal pregiudizio.

Avrebbe voluto alzare la mano, ma sapeva che la predella su cui si muoveva la prof. come una goffa cubista, era un confine da rispettare. Doveva reprimere il suo carattere contestatore se voleva quella benedetta borsa di studio.

«Al giorno d’oggi, la creazione di un confine o una sua nuova collocazione per motivi politici o bellici, genera l’esodo di molte persone. Si innesca, così, un meccanismo di difesa: da una parte, l’immigrato che, affrontando il trauma della partenza e l’incertezza sul futuro, cercherà un proprio posto all’interno della nuova comunità. Dall’altra, il paese ospitante che difenderà il proprio possesso. Un caso particolare è, invece, rappresentato dall’apolide, il quale sta in bilico sul confine, sia per difendere la propria identità sia perché non vuole appartenere in modo esclusivo a uno spazio limitato. L’esempio tipico è rappresentato dagli ebrei. In relazione all’esperienza di questo popolo, Zanini introduce un altro tipo di confine ovvero il confine come spazio del malinteso, “espressione con la quale si intende quel quasi niente che permette agli uomini di continuare a non capirsi, che ci permette di dire che non siamo proprio uguali agli altri”. L’esempio del ghetto prova, quindi, come si possa relegare in uno spazio chiuso la diversità. Un’altra dimostrazione di strutture pensate a tale scopo è quello dei manicomi, deistituzionalizzati per legge negli anni Ottanta».

A quelle parole Carlo trasalì e muovendo le gambe nervosamente fece vibrare il banco. La professoressa gli lanciò un’occhiataccia. Lei non sapeva che quel suo alunno li conosceva bene i manicomi: sua mamma era morta proprio in una di quelle strutture quando lui era piccolissimo. Per tutti in paese era il figlio della matta, quattro parole legate insieme come un filo spinato invalicabile.

«Per concludere, l’uso e il significato dei termini confine e frontiera, dal momento che, come visto, in alcune lingue sono ancora considerati sinonimi. Tuttavia, dall’analisi dei testi consultati, è emerso anche che il confine esprime sia la presenza di ordine, sicurezza, stabilità, sia, purtroppo, di discriminazione. Anche se a mio avviso, oggi viviamo in un mondo di frontiere, appare radicata nella società un’idea di confine, di separazione, quindi, che si manifesta soprattutto nel rifiuto della diversità…» il suono della campanella coprì le ultime parole della professoressa che togliendosi gli occhiali gridò «Per mercoledì studiate fino a pag. 45».

Stranamente i ragazzi se ne stavano ancora seduti ai loro posti, ognuno di essi intrappolato nelle proprie riflessioni.

Gianni, il filosofo del gruppo, aspettò che tutti fossero usciti in corridoio, e scrisse sulla lavagna con un monchino di gessetto:

“I confini non sono a nord o a sud, a est o a ovest: c’è un confine ogni volta che un uomo non supera i suoi limiti! Andiamo “oltre”, ragazzi…!!!

Era stata una lezione che aveva lasciato il segno in quelle menti così diverse ma così uguali nel desiderio di un mondo migliore, dove le linee rette possano servire per unire e non per dividere.

 

 

 

 
     
   
 
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