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                           Un salvadanaio per Mauritia

Carla Cucchiarelli

 

“Sempre caro mi fu quell'ermo colle...”

Mauritia guardava l'antologia di italiano sorpresa. Aveva pensato che leggere e commentare una poesia di Leopardi prima di addormentarsi, sdraiata pigramente sul letto con accanto il computer aperto su messanger, sarebbe stata una delle esperienze più noiose della vita. Quasi le undici, sua madre ancora al lavoro in ospedale, suo padre perso chissà dove, in qualche bar di Cape Town a bere per dimenticarle, gli amici a New York di certo in giro a bighellonare, data la differenza di fuso orario, i nuovi -quelli romani- a rincorrersi in rete, fingendo con i genitori di essere nel mondo dei sogni. E lei, tredici anni per l'anagrafe, almeno venti per come si sentiva dentro, si stava invece facendo conquistare dall'Infinito raccontato in versi. Aveva bevuto ogni parola, anche le metafore più difficili, come una rivelazione. E non si sentiva affatto una secchiona.

“Ma lo sai che è un fico? Mary, mi piace un casino.”

Maria, italianissima tredicenne tormentata da un'acne devastante, rispose subito con un messaggio istantaneo, incuriosita.

“Chi? Che dici? Stai parlando di  Zac? “

 Le aveva risposto di getto l'amica, supponendo che Mauritia parlasse del loro mito da tredicenni,  l'adolescente Zac Efron, eroe di una serie di musical ambientati a scuola, con immancabile love story a lieto fine.

“Ma no. Non capisci. Sto pensando a  Leopardi. Domani mi interroga la prof. Me lo ha promesso perchè ho preso due l'altro giorno. Sto leggendo “L'infinito”. La storia del colle, lo sguardo che va oltre la siepe a cercare l'anima mi fa pensare a me. Anch’ io ho lo sguardo che va oltre.”

Sperava in un qualche commento per allargare il pensiero, ma incontrò un muro. Avvertì persino un certo senso di schifo non espresso.

“Ah capisco :). Contenta te. Beh, devo andare. Non li sopporto più questi. Mia madre sta urlando come una gallina. Dice che domani non mi alzerò nemmeno con le cannonate. Notte Mauritia, sogna pure Leopardi.”

Mauritia chiuse il computer, tanto non c'era più nessuno in linea e soprattutto non sarebbe mai stata capace di spiegare agli altri quanto si sentiva affine in quel momento al poeta con la gobba. Il suo italiano non era proprio perfetto, ma quella poesia arrivava comunque a toccarle l'anima. Commovente. Era come uno squarcio  nel cuore, uno schiaffo, un bacio lieve.  Lei lo sentiva, poteva guardare l'infinito, poteva abbattere il palazzo davanti casa ed arrivare in un momento  in altre case, nelle città in cui aveva vissuto, ritrovare le persone amate e i sogni dell'infanzia. La fantasia e poi l'immaginazione, il mondo che abbiamo dentro e quello che ci troviamo intorno ogni giorno. Non che Roma non le piacesse, ma Roma rappresentava la disfatta. Uno, cento e mille addii.

Chiuse gli occhi. Immaginò Cape Town e suo padre. Lui era nato lì, in una township. Povero, poverissimo. Gliela aveva fatta vedere una volta Khayelitsha e lei aveva pianto. Sporcizia ovunque, panni stesi, bambini sporchi, galline che correvano tra la gente. Piccole baracche e giocattoli fatti dai ragazzini con le lattine riciclate. Aveva pianto. Voleva andar via. Lo sapeva che i suoi coetanei non potevano mangiare o vestirsi e persino andare a scuola, per loro, era un regalo della vita. Lei non voleva stare in quel posto, si vergognava. Si vergognava per il passato ed il presente, per le ingiustizie del mondo, per essere così fortunata. Poi però erano andati a mangiare pezzi di carne cotti alla brace in una specie di grande distributore di benzina con degli amici ritrovati dal padre ed allora aveva riso e si era ubriacata di Coca cola.  Le piaceva, di Cape Town, la zona ricca, turistica, il Waterfront. Amava girare per i negozi, andare all'acquario, guardare il porto. C'era il mare e c'era ancora un confine da superare, un altro mondo da esplorare. Aveva scoperto l'apharteid e la schiavitù, Nelson Mandela ed il mondo diviso in due colori, il bianco e il nero. Parlava poco suo padre, soprattutto mostrava e poi le accarezzava la testa. Da Cape Town era fuggito ragazzo, era arrivato a New York. Anni ed anni di sveglie all'alba a scaricare cassette, a portarle, a correre, a rincorrere il sogno di una vita normale. Di sicuro non aveva letto mai Leopardi e nemmeno Dickens, ma sapeva amare e per mille volte era stato capace di ricominciare tutto da capo. Faceva il tassista quando aveva incontrato la mamma, italiana e bianca. Si erano innamorati, sposati, separati.

Mauritia amava New York. Lì era cresciuta. C'era tutto, più di tutto. La vita, il movimento, la gente, la musica, i negozi, gli hamburger, il cinema. Poteva camminare per ore ed ore e non perdersi, bearsi delle luci perennemente accese, dei cartelloni, di Times Square. A New York si poteva essere felici anche senza denaro. Lo ricordava benissimo. Vivevano, allora, in una casetta vicino a Central Park, ai confini tra Harlem e Manhattan, sulla 96esima . C'era sempre un confine nelle loro vite, mamma bianca, papà scuro, lei quasi a metà. Mamma con i capelli lisci, svagata, sognatrice, papà iperattivo, ore ed ore a guidare la macchina, pratico, quel suo modo di parlare americano ancora incomprensibile alla gente del posto e lei, Mauritia, che imparava anche l'italiano perchè la madre diceva che sarebbe servito, che è sempre meglio conoscere più lingue che una sola. Glielo aveva fatto notare di nuovo, soddisfatta, arrivando a Roma, quando l'aveva iscritta alla scuola media. “Lo vedi che avevo ragione? Ora non avrai problemi”.  Mauritia non aveva risposto, solo abbassato il capo. Un'altra città, un'altra casa, un'altra vita, nuovi amici. Tutto perchè quei due non volevano più stare insieme ed avevano alzato i continenti per dividersi. Papà era tornato in Sudafrica, la mamma in Italia, fine di un amore senza confini, inizio di un dolore senza confini.

Roma non era New York e le mancava suo padre. Cape Town non era New York ed il biglietto per l'aereo costava troppo. Sua madre era sempre svagata ma piangeva spesso ed era costretta a due lavori per affrontare le spese. Eppure Mauritia aveva tutto, dal computer ai jeans che le piacevano. Solo che non sapeva più dove iniziava e finiva il mondo, dove poteva collocarsi anche geograficamente. A scuola avevano fatto un gioco. Ognuno aveva messo una bandierina sulla nazione da cui proveniva. In classe c'era una ragazza vietnamita ed una che arrivava dallo Shirlanka. Tutti sapevano a quale terra appartenevano davvero. Mauritia no ed ostinatamente non posizionò alcun vessillo.  La professoressa aveva cercato di suggerirle che essendo nata a New York poteva a tutti gli effetti sentirsi americana, ma lei aveva risposto seccata che avendo un padre di Cape Town ed una madre di Roma non si sentiva assolutamente certa delle sue origini. E poi aveva un doppio passaporto, una doppia cittadinanza ed alla fine di tutto quello spiegare le era uscito un urlo feroce dal petto, un grido di rabbia verso il mondo davanti  alle compagne che la guardavano smarrite. L'insegnante si era preoccupata di parlare con i suoi, la madre a casa aveva piagnucolato tutta la sera, lamentandosi che la vita era spietata, che non meritava essere umiliata.

“E il naufragar m'è dolce in questo mare”

Mauritia era tornata a guardare la poesia. Stava per addormentarsi quando dalla porta fece capolino sua madre. Aveva gli occhi stanchi, i capelli scomposti.

“Sei ancora sveglia? Studi?”

Mauritia fece solo cenno di sì con il capo, quasi infastidita.

“Ti posso aiutare?” disse la donna entrando nella camera della figlia in punta dei piedi. Aveva ancora la borsa  a tracolla ed il cappotto indosso. La ragazzina guardò la mamma con rinnovato amore. Era appena rientrata a casa dopo una giornata stremante, eppure era pronta a ricominciare tutto da capo per lei. Le prese la mano decisa.

“Tranquilla, ho finito”.

Rimasero per un attimo in silenzio. Non è colpa di nessuno se è andata così, si ripeteva Mauritia.

”Mamma, posso dormire con te stanotte?”

“Invece di crescere torni bambina? Dai, vieni, che ho sonno”.

Si ritrovarono abbracciate nel lettone. Mauritia scoprì di sentirsi a casa, o meglio nella sua casa a metà. Doveva accettarlo, si disse, era il destino dei suoi anni a venire.

Il giorno dopo conquistò l'insegnante con un personalissimo commento sull’Infinito e per premio si fece regalare dalla mamma un salvadanaio. Voleva risparmiare gli euro necessari per andare a Cape Town. Un biglietto di andata e ritorno.

 

 
     
   
 
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